It is clear Irene Veneziano loves music rather than self-serving display (23-08-2011)

(traduzione sotto).


“I felt many of the same positive vibrations about Irene Veneziano’s playing as I did during the Chopin Competition. See 
http://www.michael-moran.com/2010/10/xvi-international-fryderyk-chopin.html for my notes on her.

The first half of her recital was devoted to Chopin. She carefully chose the Etude in C sharp-minor Op. 25 No.7  which is  a far more reflective and thoughtful piece than the majority of his etudes. She performed it with a refined touch, nuance and tone of great sensibility. The Scherzo in B flat-minor op. 31 was a musical and civilised interpretation that never bordered on the hysterical which is so common among young players today. She presented the music in all its extreme shifting moods and not simply as a vehicle for her own ego as a virtuoso pianist.

This is such a relief after being pounded into the ground this month by too many young pianists who use the music only as a platform to show off their lightning fingers and thunderous sound. Veneziano never does this and allows the music to speak for itself – presumably the music is what the audience have come for and not a circus act (and I will not mention the names of our well-known pianistic circus performers – you know them).

In the Polonaise in F sharp minor I noticed her very skillful pedalling, a feature of the entire concert. In Chopin she uses very relatively little pedal which is absolutely right to produce the sort of ‘classical clarity’ that he always desired to reveal his inspired counterpoint and inner voices. She rarely uses the ‘soft’ pedal except for colour when many use it to lazily reduce the dymnamics. The long section of repeated ‘miliary’ octaves in the left hand in this Polonaise can become intolerable, inflated and absurd if over-pedalled. On a Pleyel instrument of Chopin’s day the bass is not so dominant as on a modern instrument and consequently the repeated phrase on a Steinway must be under-pedalled and detached. She achieved this perfectly. Chopin himself once commented ‘The study of the pedal is a study for life.’It is vital in interpreting his music on today’s instruments.

The Ballade in G minor, op.23 remained a cohesive musical narrative that never became melodramatic – another unpleasant feature of so many performances of this work that strain for effect rather than musical expression. This exaggeration is very much a modern phenomenon and Veneziano is not a victim of it – neither is that superlative Swiss-Italian pianist Francesco Piemontese. I want to seduced by music not assaulted by it.

After the interval we moved onto El amor y la muerte, the fifth piece in theGoyescas cycle by Granados. Technically this is  a very difficult work and showed that Veneziano has all the power and digital dexterity needed for works that require it. She showed the relaxed improvisational feel and mastery of mood swings which this work requires. This being the Liszt year she then turned to the composer and chose a Schubert transcription he made of Standchen (Serenades) S. 560. Veneziano played it  ardently with very affecting poetry (a text from Shakespeare’sCymbeline) and such cultured elegance of touch and tone with the dynamics of the ’echo phrases’ beautifully controlled. A beautiful atmosphere of sweet fading nostalgia was created that is so characteristic of Schubert. The final work in her concert was the Liszt Rapsodie espagnole S. 254. If anyone is in any doubt of her virtuosity and power when required then this performance displayed it. Fully of energy and fire, nobility and power – also the Spanish dance rhythms and the foliawere excellent.

She had thought about her encores and produced the music for a virtuoso arrangement (who made this arrangement I wonder?) of a popular Polish song by the nineteenth century Polish composer Stanislaw Moniuszko. She followed this by the terribly demanding and highly entertaining Etude Op. 111 ’Toccata’  by Saint-Saens.

The communication this pianist has with the audience is always warm and affectionate. She always presents herself to the eye so elegantly too. It is clear Irene Veneziano loves music rather than self-serving display and brings a welcome breath of modesty, culture, charm, refinement, poetry and dare I say it, the sensibility of the feminine to her fine playing which we are desperately in need of in these days of  so much crude pianistic exhibitionism. Such qualities undoubtedly contribute to her fine qualities as a chamber musician in addition to being a soloist.”

Michael Moran

http://www.michael-moran.com/2011/08/chopin-i-jego-europa-festival-warsaw.html  - Martedì 23 Agosto 2011

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“Il modo di suonare di Irene Veneziano ha nuovamente generato in me gran parte delle emozioni positive che mi avevano attraversato nel corso delle sue prove al Concorso Chopin. A questo link potete trovare le mie note su di lei:  http://www.michael-moran.com/2010/10/xvi-international-fryderyk-chopin.html

Il primo tempo del suo recital è stato dedicato a Chopin. Irene ha scelto con sensibilità lo Studio in do diesis minore op. 25 n. 7, un pezzo di gran lunga più riflessivo e meditato della gran parte dei suoi Studi. Lo ha suonato con tocco raffinato, con toni e sfumature di grande sensibilità. Nello Scherzo in in mi bemolle minore op. 31 la sua interpretazione è stata educata e musicale, non ha mai sfiorato l’isteria così comune tra i giovani concertisti del giorno d’oggi. Ci ha presentato la musica con tutta la gamma estrema di sentimenti, e non semplicemente come un mezzo per esprimere il suo ego di pianista virtuosa.

Ciò è stato di grande sollievo, dopo che nel corso di questo mese siamo stati messi al tappeto da troppi giovani pianisti che usano la musica solo per esibire le loro dita, veloci come fulmini, e la tonitruanza del loro suono. Irene Veneziano non si comporta mai così, e lascia che la musica parli da sola – si presume che il pubblico sia venuto per la musica e non per assistere a un numero da circo. Non menzionerò qui i nomi dei nostri ben noti pianisti circensi, li conoscete già.

Nella Polacca in fa diesis minore ho notato la sua notevole maestria nell’uso del pedale, una caratteristica che è stata evidente nel corso di tutto il concerto. Quando suona Chopin, Irene usa il pedale relativamente poco e ciò è assolutamente corretto se si desidera produrre quella sorta di “chiarezza classica” che il compositore polacco ha sempre desiderato per rivelare i suoi ispirati contrappunti e le sue voci interiori. Irene usa di rado il pedale di sordina, di solito solo per il colore, mentre in tanti lo utilizzano pigramente per comprimere le dinamiche. La lunga sezione di ripetute ottave “militari” nella mano sinistra di questa Polonaise può diventare insopportabile, gonfiata e assurda se si usa troppo pedale. Su uno strumentoPleyel dei tempi di Chopin i toni gravi non sono così dominanti come sugli strumenti moderni e di conseguenza la frase ripetuta su uno Steinway necessita di uno scarso uso del pedale e deve essere ben staccata. Irene ha ottenuto perfettamente questo effetto. La Ballata in sol minore op.23 è rimasta una narrazione musicale che non è mai diventata melodrammatica – un’altra caratteristica spiacevole di così tante interpretazioni di questo pezzo che puntano all’effetto e non, come sarebbe giusto, all’espressione musicale. Questa esagerazione è un fenomeno moderno e Irene Veneziano non ne è vittima, come non lo è il superlativo pianista italo – svizzero Francesco Piemontese.

Dopo l’intervallo siamo passati a El amor y la muerte, il quinto pezzo nel ciclo di Goyescas composto da Granados. E’ un lavoro molto difficile dal punto di vista tecnico e ha dimostrato che Irene Veneziano ha tutta la potenza e la destrezza nelle dita necessaria a gestire i pezzi che la richiedono. Ci ha mostrato il rilassato sentimento d’improvvisazione e la maestria negli sbalzi d’umore musicale che questo spartito richiede.  Essendo l’anno di Liszt si è quindi rivolta verso questo compositore e ha scelto una sua trascrizione di uno spartito di Schubert, Standchen (Serenade) S.560. Irene Veneziano l’ha suonata con ardente passione e toccante poesia (il testo proviene da Cimbeline di Shakespeare), unite a un’acculturata eleganza del tocco e del tono, con le dinamiche delle “frasi d’eco” controllate magnificamente. Ha creato una bellissima atmosfera di dolce e trascolorante nostalgia, così tipica di Schubert. Il pezzo conclusivo del concerto è stata la Rapsodia Spagnola S. 254 di Liszt. Se qualcuno avesse avuto ancora dei dubbi sul suo virtuosismo e la sua potenza quando necessarie, questa sua performance li avrebbe dissipati. Piena di fuoco ed energia, nobiltà e potenza; anche i ritmi delle danze spagnole sono stati eccellenti.

Irene Veneziano ha pensato con cura anche ai bis e ci ha regalato la musica di un arrangiamento virtuosistico (mi chiedo chi sia l’autore) di una canzone polacca composta da un autore polacco del diciannovesimo secolo, Stanislaw Moniuszko. A ciò ha fatto seguito il terribilmente impegnativo e molto divertente Studio Op. 111 n. 6 ‘Toccata’  di Saint-Saens.

La comunicatività che Irene Veneziano stabilisce con il pubblico è sempre calda e affettuosa. E si presenta sempre molto elegante alla vista. E’ chiaro che ama la musica e non pensa a mostrarsi; porta con sé un graditissimo soffio di modestia, cultura, fascino, raffinatezza, poesia e, oso dire, la sensibilità prettamente femminile e personale del suo bel modo di suonare: ne abbiamo un disperato bisogno, in questi anni di rozzi esibizionismi pianistici. Queste qualità contribuiscono senza dubbio alle sue notevoli doti di musicista da camera oltre a quelle di solista.”

Michael Moran