Sortilèges: Eliana Grasso e Irene Veneziano a quattro mani (nuke.nonsoloaudiofili.com 2016)

Recensione a cura di Alfredo di Pietro:

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Penso che il titolo scelto per questo album, “Sortilèges”, compendi in un solo termine sia l’approccio interpretativo delle pianiste Irene Veneziano ed Eliana Grasso, sia le suggestioni evocate in chi lo ascolta. Un lavoro tutto da scoprire dove un primo elemento di sorpresa è rappresentato dall’incontro con Lucien Garban, l’abilissimo trascrittore di Debussy e Ravel in cui per la prima volta si sono imbattute studiandone la trascrizione per pianoforte a quattro mani de “La Valse”. Garban, si legge nelle note di copertina stilate dalle due stesse artiste, era stato allievo di Faurè, legato da profonda amicizia a Maurice Ravel, che seguì lungo tutto l’arco della sua vita. Trascrisse e arrangiò diverse sue opere su richiesta del compositore stesso, negli ultimi anni di vita del grande musicista francese, segnati dalla malattia, gli fu sempre vicino dandogli fraterno sostegno in tutto. Probabilmente toccate da questa vicenda umana e artistica, Irene ed Eliana hanno deciso di dedicarsi alle trascrizioni per pianoforte a quattro mani dell’affascinante “tris” di composizioni raveliane: La Valse, L’Enfant et les sortilèges, Valses nobles et sentimentales. Ma andiamo con ordine… prima di Ravel c’è un’altro grande compositore francese, Camille Saint-Saëns, qui presente in un’opera affatto diversa nelle atmosfere e nello stile dal trittico poc’anzi citato, parlo del notissimo Carnevale degli Animali, pure questo trascritto da Garban per pianoforte a quattro mani. Fu composto a Vienna nel febbraio 1886 ed eseguito privatamente a Parigi un mese dopo, nella casa del violoncellista Charles Lebouc.

Solo però nel 1922, ben trentasei anni dopo, questa fantasia zoologica fu eseguita per la prima volta in pubblico, in occasione della festività del martedì grasso. Per esplicito volere del compositore l’opera doveva essere eseguita davanti a tutti solo dopo la sua morte. E così fu, visto che Saint-Saëns scomparve nel dicembre 1921. Ma cosa giustifica questa decisione? Forse il fatto che quella carrellata di animali conteneva delle ironiche frecciate a personaggi ben noti dell’ambiente musicale parigino? Oppure perché certe allusioni (si pensi a “Personnages à longues oreilles” oppure “Fossiles”) erano con tutta probabilità dirette ai critici musicali, è ciò avrebbe compromesso la sua carriera? Non è dato saperlo ma una cosa è certa, il musicista francese non fu conciliante con diversi suoi colleghi, Claude Debussy in testa. L’unico brano privo di sottese irrisioni è “Le Cygne”, che le nostre due interpreti ci porgono con commovente lirismo. Per la sua geniale atipicità “Le Carnaval des Animaux” fu riconosciuta l’opera più caratteristica, forse la più nota, di Saint-Saëns. Parlavamo prima di sorprese… la seconda è nel prendere atto di come la tavolozza timbrica orchestrale possa trovare un valido succedaneo nelle venti prestanti dita di due pianiste d’eccezione. Al di là della morigeratezza con cui affrontano i toni canzonatori della partitura, è davvero encomiabile, per esempio, la tecnica con cui viene reso il chiocciare delle galline e il chicchirichì del gallo: trentacinque battute in cui l’incalzare di note si dipana tra rapidi accelerando e ritardando.

Rallentamenti e accelerazioni che ritroviamo nell’andamento “a elastico” degli accordi in “Kangourous”. Il cimento è arduo ma non impensierisce più di tanto le pianiste. Una delle maggiori difficoltà di quest’opera consiste proprio nella flessibilità tecnica necessaria per dare il giusto rilievo ai particolari frangenti espressivi. La brillante scrittura delle quattordici sequenze, ognuna riferita a un animale, non manca di spunti comici o provocatoriamente satirici, laddove esiste un riferimento senza sottintesi a brani o motivi conosciuti. Nella trascrizione per pianoforte di Lucien Garban, “Aquarium” e “Volière” sfidano le possibilità onomatopeiche dell’orchestra sfruttando la cristallinità del registro alto del pianoforte. Siamo di fronte a due talentuose artiste, non so se il loro essere donna sia un valore aggiunto, ma lo scintillio delle note acute è racchiuso in un fraseggio d’incantevole dolcezza, tutta femminile è la flessuosità dell’incedere in questo come in ogni altro brano. Dove questa mia congettura diventa certezza è in “Le Cygne”, che più seducente di così non potrebbe essere. Il segreto che porta quest’interpretazione ad apparire così coesa sta nel dare consequenzialità stilistica ai vari episodi. Con sagacia le due artiste smussano gli spigoli di una partitura tendente al corrosivo, la quale potrebbe facilmente scadere nel macchiettistico. Esiste a monte un rispetto per questa, anche se palesemente comica, che emerge dal rigore formale con cui viene affrontata. Non dimentichiamoci che Saint-Saëns fu un compositore di estrazione classicistica, sempre molto attento alla solidità strutturale di ciò che componeva.

Pare che l’idea alla base de “Il Carnevale degli Animali” fosse prevalentemente didattica, un modo alternativo d’insegnare la tecnica pianistica ai discenti senza annoiarli. In realtà la sua genesi appare più complessa, polimorfa, non esclude la citazione di famose melodie scritte da rinomati autori e nemmeno di quelle dello stesso Saint-Saëns. Un’ironia che diventa quindi autoironia, la poetica neoclassica viene in questo caso brandita come formidabile arma per dileggiare certi stilemi romantici. Avviene in “Tortues” con il famoso Can-can dell’Orfeo all’inferno di Jacques Offenbach, riflesso nello specchio deformante di un’andatura rallentata che ne stravolge il carattere di balletto vivace, si ripete in “L’Éléphant” dove a essere presa in giro è la Danza delle silfidi di Hector Berlioz. Nei “Fossiles” tocca a Gioacchino Rossini e al suo Barbiere di Siviglia nonché a lui stesso con la Danza Macabra. Più bonario è l’intento caricaturale in “Pianistes”, dove sono i discepoli a entrare nel novero degli animali con i loro ripetitivi esercizi di studio. La musica è fatta anche di spasso e le nostre due concertiste sembrano davvero divertirsi un mondo suonando questo brano. Scale dall’andamento traballante, sbilenche, ritmicamente incerte e a tratti temporalmente sfasate tra le due strumentiste, conducono dritto dritto l’ascoltatore a una gustosa risata. Dove invece questo non riderà ma rimarrà incantato dall’abilità del duo è in [Hémiones (animaux véloces)], i cavalli selvatici che galoppano nelle praterie asiatiche. Qui siamo di fronte a un virtuosismo emozionante, espresso nell’emulazione di una corsa veloce, un Presto Furioso fatto di rapidi arpeggi e scale, eseguito da Irene ed Eliana con una scioltezza ammirevole.

 

La frecciata è scagliata contro i vuoti virtuosismi a effetto ma, per renderla efficacemente occorre esserlo un virtuoso e di stoffa tecnica le nostre due pianiste ne hanno da vendere. Il duo Veneziano-Grasso non si lascia circuire dalle lusinghe caricaturali contenute nel Carnevale, offerte dal compositore direi su un piatto d’argento. Non manifesta l’intenzione di calcare la mano nei brani più ammiccanti (e qui c’è davvero l’imbarazzo della scelta) come “Poules et Coqs”, “Tortues”, “Le coucou au fond des bois” o in “Pianistes”. Non mancano l’ironia e l’elemento ludico ma nemmeno la volontà di non strafare. Qui avviene che due stupende pianiste si mantengono sul filo del rasoio, sempre in bilico tra un atteggiamento canzonatorio, che nelle intenzioni dell’autore si spinge con irrisoria agevolezza sino alla causticità, e un rigore interpretativo che esalta innanzitutto le qualità della partitura. “Le Carnaval des Animaux” è si un divertissment, ma non fine a se stesso, sempre adorno di una squisita fattura musicale. Ecco che un’interpretazione ben calibrata come questa, perfettamente in equilibrio tra le diverse istanze espressive, favorisce la percezione del notevole valore complessivo della composizione. La lettura del duo Veneziano-Grasso scorre perciò in un alveo di sana musicalità, la narrazione non diventa mai piatta, ma si rivela colma di un’energia gioiosa e solare. E così arriviamo al Finale, un allegro in forma di rondò dove vengono passati in rassegna i temi proposti nei brani, come in una luccicantissima vetrina d’atelier di alta moda.

Un sortilegio ancora più irresistibile ci affattura nel trittico raveliano de La Valse, L’Enfant et les sortilèges, Valses nobles et sentimentales. Il salto d’atmosfera dal Carnevale è notevole, ma ciò che ascoltiamo è sintomatico della grande duttilità di Irene Veneziano ed Eliana Grasso nel far fronte a opere così diverse. Con La Valse entriamo a pieno diritto nello spirito della danza, in un poema coreografico la cui complessità esecutiva richiede grande solidità da parte dell’interprete, ma non solo: qui occorre conciliare l’abilità tecnica con una sensibilità sopraffina, pena lo svanire del “Sortilèges” promesso. L’opera fu composta dall’autore francese fra il 1919 e il 1920, sotto la spinta di Sergej Djagilev, con dedica a Misia Sert, amica del compositore. Lo spirito che pervade questo capolavoro, per certi versi non è poi così dissimile dall’intento “deformatorio” del Carnevale di Camille Saint-Saëns. Nato come atto di ossequio a Johann Strauss, re del valzer viennese, il progetto fu purtroppo ritardato dalla prima guerra mondiale, drammatico evento che cambiò dal profondo la visione esistenziale di Ravel. La concezione di quest’opera fu sicuramente condizionata da questa dolorosa metamorfosi. La raffinata tavolozza orchestrale traspare intonsa nella magnifica trascrizione di Garban, che appare ben interiorizzata dal duo nella sua superba interpretazione. L’effetto di coinvolgimento sull’ascoltatore si manifesta nell’incanto sonoro. La profonda mestizia viene tuttavia trasfigurata dalla suprema eleganza che impregna la composizione, portata a termine in un momento molto triste della vita dell’autore: la morte della madre.

Scriveva Maurice Ravel nel dicembre 1919: “Sono terribilmente triste. Soffro sempre più”. La Valse allora assume una valenza catartica, un tentativo di superare l’abbattimento psichico con il potere dell’arte. Irene ed Eliana si producono in un’autentica perla interpretativa, le loro mani danzano sulla tastiera in una fantastica varietà d’accenti, trasaliscono e si rasserenano nelle contrastanti variazioni dinamiche e agogiche, in ogni momento si esprimono con grande potenza espressiva. Scorre sotto i nostri occhi un pot-pourri di emozioni diverse ma tutte “omogeneizzate” nella danza ternaria: la frivolezza del valzer viennese (pare che Ravel con questo poema coreografico avesse rispolverato “Wien”, cioè il progetto accantonato di un poema sinfonico), le atmosfere leggiadre, brutalmente spazzate via dalla guerra, che riaffiorano in forma spettrale, l’angoscia ricreata dal parossismo di un crescente vortice che perde ogni caratteristica di effimera vaporosità per acquirne una lugubre. Questa è La Valse, riproposta dal duo con un impareggiabile mix di delicatezza e forza visionaria.
Un gustoso intervallo, tre prelibate portate tratte da “L’Enfant et les sortilèges” arricchiscono questo lauto pasto di alta cucina francese. I tre estratti dalla trascrizione di Lucien Garban: Danse des Rainettes, Danse des Libellules et des Sphinx e Five o’ clock Fox-Trot immergono l’ascoltatore ancora una volta in un raffinato clima di danza. Due su tre sono dei valzer che testimoniano quanto questo genere di danza fosse congeniale a Maurice Ravel.

L’opera in due parti fu composta fra il 1919 e il 1925, in collaborazione con la scrittrice Sidonie-Gabrielle Colette, un’ulteriore dimostrazione di quanto il compositore fosse vicino al fiabesco mondo dei bambini, lui forbito tessitore di atmosfere fortemente evocative. L’immedesimazione nell’immaginario infantile fu una costante del suo mondo interiore, esternato in questa come in altre opere, Ma Mère l’Oye su tutte. Il duo pianistico ricrea con sapienza lo stupore del bambino che assiste quasi impietrito al prender vita di animali e oggetti. L’Enfant et les sortilèges è formato dal succedersi di quadri indipendenti fra loro, dove trovano posto tanti generi musicali: jazz, foxtrot, ragtime, polka, valzer per finire con un coro di musica sacra. In questi tre brevi “excerpt” si ha la netta sensazione di trovarsi di fronte a una lettura estremamente trasparente, pochissimo invasiva, dove le due interpreti si mantengono su un livello di grande discrezione e rispetto per l’universo infantile, un atteggiamento che preserva la purezza della poetica raveliana. Breve storia dei “Valses nobles et sentimentales”: si tratta di una suite formata da una serie di otto valzer composti da Maurice Ravel a Parigi nel 1911. Il titolo voleva essere un omaggio al grande Franz Schubert, autore nel 1823 di due raccolte di composizioni per pianoforte solo dal medesimo titolo. La “Premiere” avvenne il 9 maggio 1911 nel corso di una serata privata organizzata dalla Société Musicale Indépendante alla Salle Gaveau, pianista Louis Aubert, tra l’altro dedicatario della composizione. Ravel, come aveva già fatto ne La Valse, s’impegna in un’opera di stravolgimento degli schemi tradizionali, sottolineata con chiarezza analitica, ma sempre con proverbiale misura, da Irene Veneziano ed Eliana Grasso.

Le loro mani dischiudono uno scrigno di galanti prelibatezze, tanto più ben accette in quanto offerte con superiore grazia. Sullo spartito l’autore scrisse: “le plaisir delicieux et toujours nouveau d’une occupation inutile”. Tutta l’arte è inutile, affermò lapidario Carmelo Bene, ma è un superfluo di cui non si può fare a meno, che adorna di bellezza tutti i giorni della nosta vita. I “Valses” si aprono con un assorto “Modéré”. La raffinatezza in Ravel è tutto, nel sottile gioco di chiaroscuri, di ondulanti variazioni agogiche che le nostre interpreti ricreano magistralmente. Segue un iridescente gioco di colori, ora più tenui ora più decisi, nobili pensieri musicali che giocano a rincorrersi. “Assez lent” è una gemma d’intismo che separa i due Modéré. “Assez animé” preludia al sognante “Presque lent”, quasi un momento preparatorio agli ondivaghi, ironici e a tratti lampeggianti “Vif”, “Moins vif”, dove il ritmo ternario incalza sempre più scuotendo i nostri sensi placati dalle precedenti soavità. In “Moins vif” si raggiunge il culmine del fermento ritmico danzante, prima di ritornare alla rapita atmosfera di “Èpilogue – lent”, episodio finale di quest’enigmatica composizione in cui i momenti di ironia, capricciosa eleganza, malinconia e nobiltà si susseguono in una fantasmagorica visione senza soluzione di continuità.

Per me l’interpretazione di Irene Veneziano non è stata una sorpresa. Piuttosto, oggi l’apprezzo ancor più nell’evoluzione di un’arte pianistica che non ha conosciuto soste nel tempo. È invece una bellissima sorpresa quella di Eliana Grasso, artista sensibile, sicura di se e stilisticamente impeccabile che non conoscevo. Non all’ascolto, ma ancor prima di spacchettare il CD ne ho presagito la superba qualità tecnica e musicale. Credetemi, non sono rimasto deluso neanche un po’ ma con sincero trasporto ho goduto di cinquantasei minuti di puro sortilegio musicale.

Alfredo Di Pietro

Novembre 2016